A Napoli c’era un’abitudine di chi andava al bar per bere un caffè di pagarne due dicendo alla cassa: «Uno sospeso!». Il ”sospeso” era per chi non aveva soldi. Così, qualcuno, meno fortunato nella vita, passava e chiedeva avvicinandosi al bancone: «C’è un sospeso per me?». Un’usanza tutta partenopea che sollevava dall'imbarazzo il povero uomo che umilmente chiedeva il sospeso, assumendo un atto di solidarietà e comprensione da parte di chi ha di più e non dimentica chi ha di meno. Rendendo superfluo sapere a chi si offriva.
Molto in voga ai primi del 900 ma in disuso da qualche anno, forse per l'orgoglio di chi "povero ma onesto" preferiva non prendere il caffè piuttosto di chiedere un sospeso, sembra che questa usanza voglia riproporsi tanto da essere esportata anche a Firenze.
Visto! Non esportiamo solo monnezza ma anche solidarietà.
Il caffè sospeso
è anche il titolo dell'ultimo libro di
Luciano De Crescenzo
che vi consiglio.


